Mindhunter – Prima Stagione – Recensione

Il cinema di David Fincher, pur con le dovute eccezioni, presenta una certa fascinazione verso il thriller pesante (Zodiac, Se7en, Gone Girl), con gran parte della narrazione che si concentra sulle motivazioni del male, sui perché e i percome. Mindhunter, nuova serie TV originale Netflix, ideata e diretta (quattro puntate su dieci) da David Fincher, racchiude perfettamente questa voglia di introspezione.

Siamo negli Anni ’70, due agenti dell’FBI, della sezione scienze comportamentali, decidono di promuovere un nuovo tipo di approccio nei loro studi, in particolare intervistare e tracciare profili psicologici dei più controversi e brutali assassini rinchiusi nelle carceri degli Stati Uniti per inquadrarli in schemi predefiniti e ben riconoscibili. Tutto questo, sullo sfondo del brutale massacro compiuto da Charles Manson e seguaci, porterà a coniare un nuovo termine per la neonata metodologia: serial killer.Mindhunter immagine Netflix 01

Mindhunter gode di una narrazione altalenante, quasi frammentaria, e che però si rivela assai affascinante

In un’epoca apparentemente equilibrata, dove dalla società si esige una visione prettamente bianca o nera della realtà, i due agenti Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) tentano la strada del grigio, quella via non ancora battuta che cerca di inquadrare un criminale come un essere umano palesemente deviato, e di risalire così all’origine al male. Ecco, quindi, che assassini e stupratori non sono più esseri immondi da mandare al più presto sulla sedia elettrica, ma prodotti di una società distorta e malsana: una visione rivoluzionaria. In soccorso ai due verrà anche la psicologa Wendy Carr (Anna Torv, gradito ritorno per chi ha seguito la serie TV Fringe) che cercherà di impostare dei paletti nella teoria di base che, con poca fantasia, fa girare tutto attorno al sesso.

Come da prassi, i vertici del Bureau non vedranno di buon occhio la ricerca, trovandola faziosa e accondiscendente verso i criminali. Siamo in un’America, dopotutto, che ancora trema per l’efferato omicidio di Sharon Tate, e le stesse forze dell’ordine mostrano tolleranza zero. Presentare studi approfonditi volti a dimostrare come, probabilmente, alcune azioni efferate possano essere teorizzate o “giustificate” porta dunque a un significativo terremoto nel sistema di giustizia americano.Mindhunter immagine Netflix 04Mindhunter è una piccola perla nelle produzioni Netflix, pur se di difficile collocazione. A differenza di quanto si possa pensare, la serie non è un thriller; ne ha gli stilemi, certo, ma non c’è un killer da trovare. Ci sono tanta teoria, altrettanta verbosità; come risultato, Mindhunter gode di una narrazione altalenante, quasi frammentaria, e che però si rivela assai affascinante e il punto fondamentale per il successo di questa serie. Soprattutto, perché Mindhunter non ha risposte ma solo sfide da proporre allo spettatore.

la serie non è un thriller; ne ha gli stilemi, ma non c’è un killer da trovare

Una menzione speciale va al personaggio di Ed Kemper (un serial killer, ovviamente) che, complice l’ottima interpretazione di Cameron Britton, si infilerà nella pelle dello spettatore. Più volte, i due agenti dell’FBI si recheranno ad intervistarlo, trovandolo estremamente lucido con lo sguardo gelido e razionale, mentre narra ai due interlocutori “pietrificati” e al contempo affascinati i suoi racconti macabri. I protagonisti non hanno risposte, ma continueranno a parlare con Ed ogni giorno. In maniera simile, gli spettatori torneranno a Mindhunter che racconta poco, ma parla tantissimo, e ostenta un magnetismo e una raffinatezza mai visti nel panorama televisivo degli ultimi anni.

VOTO 8.5

Mindhunter immagine Netflix locandinaGenere: thriller
Publisher: Netflix
Regia: David Fincher, vari
Colonna Sonora: Jason Hill
Intepreti: Jonathan Groff, Holt McCallany, Anna Torv, Sonny Valicenti, Cotter Smith
Durata: 10 episodi

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