C’era una volta un bimbo calamaro immerso nell’inchiostro più nero. Quel bimbo calamaro ero io. Avevo perso di vista il magico mondo di Nintendo. Un periodo di grande stress, di decisioni importanti, di cambiamenti imminenti, e la grande N mi proponeva modelli troppo positivi. Tutti colorati, dolci e carucci, quando invece mi sentivo rodere dentro e non avevo la forza di vedere il lato positivo delle cose.
La nostra storia prende una piega diversa quando il nuovo collega al lavoro (ciao, Simone!) si presenta sventolando la sua console Nintendo Switch assieme ad ARMS. Il titolo l’avevo deliberatamente ignorato, non amando troppo i picchiaduro né il design scelto dalla casa di Kyoto per quei personaggi così strambi. Ci giochiamo un po’ un pausa pranzo, quel tanto che serve per stuzzicarmi l’entusiasmo. La sera stessa sono a casa, che guardo Switch nella dockstation, al buio, la luce bluastra dello disturbo statico che illumina la stanza, nello stesso modo in cui la bimba di Poltergeist guarda la TV, desiderando un contatto, uno qualsiasi. La prendo, accendo, spulcio lo store. Niente, *sigh*. Rimetto tutto a posto.
Passa qualche giorno e al collega arriva un pacco da Amazon. Un pacco super colorato: Splatoon 2 insieme a un gajardissimo taccuino verde fluo griffato col logo del gioco. Mi prende in contropiede per due motivi: il primo è che tra una cosa e l’altra ho dimenticato dell’uscita di Splatoon 2; il secondo è che non mi ero mai interessato al titolo perché gli sparatutto online mi annoiano dopo pochissimo. Eppure lo desidero perché mi rendo conto che quello sarà il gioco che mi farà riaccendere Switch. La sera stessa passo in un Gamestop e lo acquisto senza pensarci troppo su. Me ne torno a casa pregustando partite su partite, ignaro che, nella parte centrale di ogni storia epica, arriva sempre la crisi dell’eroe.
Splatoon 2 riesce a capovolgere il paradigma degli sparatutto con intelligenza, eleganza e una gioia grande come il sole
Il pipparuolo di fatti miei che avete appena letto era funzionale al lieto fine. Ho scoperto un titolo favoloso. Un po’ limitato a livello di possibilità offerte (motivo che, temo segretamente, mi porterà alla noia) ma che riesce a capovolgere il paradigma degli sparatutto con intelligenza, eleganza e una gioia grande come il sole. Così tanta, sprizzante dalle macchie di vernice ipersaturata che macchia i livelli, che ha cambiato il mio umore. È vero: Splatoon 2 è la Sacra Sindone di ogni esperto di color therapy, il Santo Graal di chi non ama la competitività negativa nei videogiochi. Vince chi colora di più il livello, si può procedere senza incrociare mai le armi con gli avversari e risultare il migliore in squadra. È un enorme, gioioso, coloring book astrattista: senza linee e senza confini. Per alleviare ancora di più lo stress c’è lo shopping (anche tramite companion app dedicata) che unisce quella splendida sensazione di sperperare soldi alla creazione di un look stiloso come nel migliore Animal Crossing.
Il lieto fine è che quando quel bambino calamaro torna a casa, da un inchiostro che non è più così nero, non vede l’ora di gettarsi a capofitto nelle enormi macchie fucsia di Splatoon 2. E tutti vissero felici e contenti.