Bears In Space – Recensione

PC

Cosa succede quando un uomo e un orso diventano una sola entità? Tre sviluppatori non solo si sono posti il bizzarro quesito, ma hanno anche provato a rispondere con Bears In Space, l’FPS più folle dell’anno.

Sviluppatore / Publisher: Broadside Games / Ravenscourt Prezzo: ND Localizzazione: Testi Multiplayer: Assente PEGI: 16 Disponibile su: PC (Steam, Epic Games Store) Data d’uscita: 22 marzo

Il capitano Maxwell Atoms sta viaggiando a bordo della sua navicella penitenziaria scientifica, pronto ad affrontare la sua ultima missione dopo i tragici eventi di Klaxion Delta. In pochi istanti, la situazione precipita: l’S.S. Ursine viene attaccata dal Generale Coccolo dell’Alleanza dell’Orsa Maggiore, un manipolo di orsi intergalattici decisi a liberare i loro simili tenuti prigionieri. Nel caos che segue la minaccia, proprio quando la pensione sembrava così vicina, il DNA di Maxwell si fonde con quello di Beartana, un’orsa dotata di abilità particolari.




Il bislacco incipit culmina con un atterraggio d’emergenza su un pianeta extraterrestre sconosciuto (a meno che non premiate l’altro tasto). Dove siamo finiti? Come ritrovare la via di casa? Tutte domande argute, certo, ma che importa? Ciò che conta è sfruttare i poteri di Beartana e le numerose armi a nostra disposizione per rottamare orde di robot. Se nel mentre riusciremo anche a salvarci, tanto meglio.

BEARMAGEDDON

Comincia così Bears In Space, un FPS single player in uscita oggi in cui convivono comicità demenziale, bullet hell e fasi platform. Come si può notare osservando un trailer qualunque del gioco di Broadside Games, piccolo studio indipendente con sede a Ipswich in Australia, ciascuno dei tre elementi è costantemente presente nel corso di un’avventura che, in ognuno dei 18 livelli che la compongono, dimostra di avere diversi assi nella manica.

Bears In Space è un FPS single player in cui convivono comicità demenziale, bullet hell e fasi platform

Innanzitutto l’impostazione, un mix di arene colme di robot minacciosi-ma-non-troppo-anzi-per-niente da sforacchiare in travolgenti scontri bullet hell e fasi platform. Questi frangenti pieni di balzi, pedane da attivare sfruttando una particolare pistola, magneti da sfruttare per dondolare con un altro tool e molto altro, si rivelano buoni per prendersi una pausa fra un bagno di sangue olio e il seguente, ma anche per mettere alla prova la nostra bravura nello scatto/schivata e nel salto doppio, due abilità di movimento da combinare senza badare a spese sia quando è il momento di raggiungere una posizione distante, sia quando ci si ritrova circondati dai nemici.

Questa pistolina è innocua, serve ad attivare dalla distanza dei pulsanti.

Sostanzialmente, il gameplay si poggia interamente su due dinamiche semplici, sparare e saltare. Come ben saprà chi è pratico di FPS o comunque opere simili, non è affatto facile riuscire a offrire continuamente stimoli che possano mantenere alta la curiosità del giocatore. Bears In Space fortunatamente appartiene a quella categoria di shooter che hanno sempre qualcosa da dire (possibilmente di stupido) e soprattutto da dare. Al di là delle battute, delle gag e di una selva di personaggi decisamente caratteristici (il robot che permette di salvare la partita ti chiama “zio”, è un tamarro col cappello all’indietro ed è anche il più serio), lo shooter si rivela un simpatico crescendo di creatività sia nel game/level design – va da sé che alcune zone siano più ispirate di altre, alcune arene più divertente e meglio strutturate – sia nella sfida proposta.

BEARS IN SPACE, BRO!

Ci sono sezioni in cui, dopo aver trangugiato del miele, Beartana diventa una specie di peloso Godzilla e acquisisce superpoteri con cui può letteralmente spazzare via ogni ostacolo. Ci sono storie secondarie e sfide da completare per ottenere Vic-buck, la valuta con cui comperare armi o aumentarne la capienza del caricatore. C’è la boss fight con lo Chef Robot sulla falsariga degli sparatutto con pistola ottica di qualche annetto fa (House of the Dead, Virtua Cop). Ci sono minigiochi come il Cubasket e puzzle, segreti e collezionabili. Insomma, la sorpresa è davvero dietro ogni angolo ed è per questo che ogni livello si può riaffrontare anche dopo averlo completato. Non voglio rovinarvi la festa, il gioco si lascia apprezzare specialmente per questa sua peculiarità: sappiate solo che, nonostante l’art style giocoso e un’aria da produzione per bambini, Bears In Space sa il fatto suo.

il gioco si lascia apprezzare specialmente per la sua capacità di sorprendere continuamente

Lo dimostra con i fatti ovvero le numerose armi. Parliamo di oltre venticinque strumenti di morte spesso e volentieri ridicoli – si va dal fucile a pompa al lanciarazzi, dal cappello con elica che fa volare via i nemici allo sparabolle di acqua che fa arrugginire i robot, capita l’antifona? – che, a forza di uccisioni, possiamo perfino potenziare. A onor del vero mi pare che i parametri vadano bilanciati meglio, ci vuole un po’ troppo per sbloccare nuove versioni di alcune armi, inoltre all’inizio qualcuna si può confondere con un’altra a causa del design ridondante. Per ovviare al problema basta selezionarle usando la ruota delle armi, popuppabile premendo il tasto centrale del mouse, ma anche se ci consente di rallentare il tempo non sempre l’ho trovata pratica a causa di una risposta imperfetta agli input. E quando si scatena l’inferno ogni attimo conta, eh.

Il primo boss: il Kraken.

Qua e là ecco spuntare dal nulla il paffuto robo vendor in cui spendere i Vic-buck accumulati, ricaricare l’armatura, le munizioni o la salute. Accumulare valuta è fondamentale per avere accesso all’intero pool di strumenti che il gioco mette, più o meno facilmente, a nostra disposizione. Per quanto riguarda il gameplay, il punto di alto si raggiunge in quasi tutti gli incontri coi boss, alcuni dei quali dotati di dimensioni ragguardevoli. Frenesia, dinamismo e bullet hell in questi frangenti arrivano al parossismo, imparare i diversi pattern d’attacco è necessario se non ci si vuole umiliare fino a ritrovarsi nelle opzioni, a impostare la God Mode (massimi danni in uscita, zero in entrata).

Il punto più alto del gameplay si raggiunge in quasi tutti gli incontri coi boss, alcuni dei quali dotati di dimensioni ragguardevoli

Contro i giganti diciamo che è intuitivo capire qual è l’obiettivo da eliminare. Negli scontri canonici (mai aggettivo fu più fuori luogo, credetemi) invece è fondamentale individuare rapidamente le minacce prioritarie, naturalmente mentre ci si trova nel mezzo di un marasma di proiettili, con decine di robot che ci sparano da ogni direzione, che ci inseguono, che ci fronteggiano con lo scudo – daje con il corpo a corpo: Beartana è una specie di Po cosmico, il suo bear fu è micidiale – o che, fetenti intergalattici, si tengono a distanza di sicurezza.

Qui ci si deve fare largo fino al boss in sezioni impostate à la House of Dead.

Ci sono occasioni in cui qualche robot sembra perdere po’ la bussola, altre in cui qualche hitbox non convince al 100%, inoltre può capitare di imbattersi in sporadici bug o sbavature tecniche (è già stata confermata una patch del dayone, ndr). Non bisogna dimenticare che Bears In Space è stato realizzato da un team piccolo, in qualche modo si nota che gli sviluppatori hanno provato a metterci del loro per mascherare qualche limite. Si intuisce anche che i tre che hanno realizzato il gioco si sono divertiti un mondo a lavorarci nel corso degli ultimi sette anni, ed è forse proprio questo il pregio più grande di un boomer shooter che fa sorridere, è buffo, colmo oltremisura di idee talmente bislacche da fare il giro e diventare coerenti nonché di personaggi fuori di testa, tutto ciò di cui, ogni tanto, abbiamo bisogno per ricordarci quanto sia balsamico per lo spirito prendere la vita con leggerezza. Per il collo, ma con leggerezza.

In Breve: Bravo Capitan Maxwell, brava Beartana: nonostante qualche limite, Bears In Space è un FPS old school che sa il fatto suo. Bullet hell e platform, armi da potenziare e segreti da scovare, demenzialità a volontà, boss fight infernali e deviazioni di gameplay, c’è veramente di tutto un po’ in questo bizzarro titolo australiano. Che non sarà perfetto agli occhi di chi cerca una struttura particolarmente raffinata o il tecnicismo da applausi, ma dove è scritto che ogni videogame debba esserlo per forza? A volte tutto ciò che conta è non prendersi sul serio, sparare all’impazzata e scoprire fino a che punto può arrivare la fantasia umana. E conoscere il bear fu.

Piattaforma di Prova: PC
Configurazione di Prova: Ryzen 7 7800X3D, Radeon 7800XT Nitro+, 32 GB RAM DDR5, SSD m.2
Com’è, Come Gira: Serve una 1080 per il FHD (1080p) a 60 fps con setting Alto, infatti sulla configurazione di prova non ci sono stati problemi in 4K e impostazioni al massimo. Bene la fluidità, bene lo stile retro futuristico, bene la palette cromatica tendente al cartoon, bene la colonna sonora e gli effetti visivi, bene il supporto ai controller. Tutto è bene quel che finisce bene, già.

 

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Pro

  • È una sorpresa continua / Semplice, immediato e scanzonato / Si percepisce che i dev si sono divertiti a crearlo

Contro

  • Ci sono diverse imperfezioni da sistemare / Chi cerca la raffinatezza potrebbe storcere il naso
8

Più che buono

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