Secret of Mana - Recensione

PC PS Vita PS4

Ho giocato Secret of Mana nella sua incarnazione americana con un filo di ritardo, nell’estate del 1995. Avevo scovato da poco un nuovo, bellissimo negozio di videogiochi straripante di titoli d’importazione e mi era venuta la voglia di far mio quel titolo tanto desiderato durante gli esami di maturità. Un’idea bellissima: non ricordo neppure lontanamente in cosa consistesse la prova d’esame, perché la mia mente era fissa su Secret of Mana, in qualunque momento. Sì, anche durante la notte prima degli esami, e Venditti muto! Che poi fu solo l’inizio della scorpacciata, dacché quell’autunno lo passai all’insegna di Final Fantasy III (o VI, fate voi) e Chrono Trigger, in nome di un Super Famicom che proprio non aveva voglia di cedere il passo alla rivoluzione insistentemente profetizzata da Sony e SEGA.

UNA TAVOLOZZA SBIADITA

Secret of Mana è la tipica fiaba arturiana dove un orfano estrae una spada magica dalla roccia prima di incontrare una belligerante dama e uno spocchioso folletto. A questi si aggiunge un impero malvagio che vuole resuscitare un’arma ancestrale, donando alla storia quel fascino in perfetto stile Studio Ghibli che aggiunge davvero tanto all’atmosfera. E poi c’è lo squisito gusto che Squaresoft ha saputo instillare in una grafica bidimensionale semplicemente impeccabile, consegnando alla storia un risultato che spinge a chiedersi come sarebbe stato il gioco nella forma definitiva, inizialmente concettualizzata da Koichi Ishii prima che il CD-ROM per Super Famicom si trasformasse in vaporware, costringendo il team a tagliare il progetto originale per farlo entrare in una “misera” cartuccia.

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La sensazione che si tratti di un gioco realizzato con un budget limitato è impossibile da fugare

Avanti veloce ai giorni nostri, quando il remake qui recensito prova maldestramente a ricalcare quel capolavoro con una veste poligonale che, purtroppo, non riesce ad avvicinarsi all’incredibile pixel art vista sul sedici bit Nintendo. Non sono poche le cose che non vanno, da questo punto di vista, a partire dai colori accesissimi al posto delle tinte pastello originali, fino alle scene d’intermezzo; queste ultime sono certo più dinamiche grazie ai cambi d’inquadratura e al doppiaggio, tuttavia – allo stesso tempo – appaiono palesemente rozze, con manichini ventriloqui incapaci di aprire bocca e mutare espressione durante i dialoghi. La sensazione che si tratti di un gioco realizzato con un budget limitato è impossibile da fugare nella sua incapacità di declinare la magia di Secret of Mana su hardware di nuova generazione; una grafica disegnata a mano che richiamasse lo stile del discreto (ma artisticamente sublime) Seiken Densetsu: Secret of Mana su PSX sarebbe stata la scelta migliore, ma anche la più costosa. È veramente un peccato, perché in passato Square Enix ha mostrato il dovuto gusto nel riscrivere il primissimo Seiken Densetsu: Final Fantasy Gaiden sugli schermi del GBA, con il ben più ispirato Sword of Mana.

RUSTY SWORD

A parte questo, scoccia vedere che, nonostante gli anni, alcune scelte scomode come l’interfaccia dei negozi non siano state corrette; oggi come allora è infatti impossibile visualizzare in anteprima i bonus garantiti dai singoli pezzi d’equipaggiamento, costringendoci dunque ad acquistare alla cieca, affidandoci alla regola “se è nuovo, allora è più potente di quello che indosso”. Stesso discorso per i due personaggi che accompagneranno il protagonista Randi nella sua avventura, destinati a restare bloccati dietro innumerevoli muri a causa di routine di pathfinding a dir poco amatoriali. È sempre possibile impersonare i compagni in qualunque momento per rimetterli sulla carreggiata o – ancora meglio – affidare il loro controllo a due amici come ai vecchi tempi e senza il bisogno di comprare un multi-tap, ma ciò non toglie che – nove volte su dieci – paiono governati da una vera e propria demenza artificiale. Il sonoro se la cava meglio, anche perché la colonna sonora remixata può cedere in ogni momento il passo a quella classica firmata da Hiroki Kikuta.

il gioco è sempre lui, con una trama affascinante nella sua solo apparentemente leggerezza e un sistema di combattimento in tempo reale ancora divertente

Per il resto, il gioco è sempre lui, con una trama affascinante nella sua solo apparentemente leggerezza e un sistema di combattimento in tempo reale ancora divertente come una volta. Per i non addetti, i protagonisti possono equipaggiare una grande rosa di armi differenti per potenza, gittata e utilità ai fini dell’esplorazione; la forza di ogni colpo è subordinata a un indicatore che raggiunge il 100% dopo un paio di secondi, quindi è buona cosa colpire e ritirarsi prima di continuare l’attacco se non si vuole sferrare fendenti deboli come carezze. Poiché non esistono parate e tecniche evasive, il remake sarebbe stata l’occasione giusta per donare un po’ di pepe a una meccanica alla lunga un filo monotona. Per lo meno abbiamo guadagnato la possibilità di attaccare in diagonale, oltre a un paio di scorciatoie adibite ai tasti dorsali particolarmente utili quando è il momento di dispensare oggetti curativi senza passare per lo scomodo (mai potuto digerire, mi dispiace) menu radiale.

A mio avviso un remake ha senso quando riesce a migliorare significativamente la formula originale, e non è questo il caso. È più probabile avvistare il Papa intento a pogare durante un concerto dei Black Sabbath che vedermi raccomandare un emulatore al posto dell’hardware originale su tubo catodico, ma davvero vi consiglio di giocarvelo su un Super Nintendo Classic Mini in mancanza di meglio. Credo che l’aggettivo più adatto a descrivere questo remake sia “superfluo”, e che dovreste farlo vostro solo se non avete altri modi per giocare l’originale. Ah, un’ultima cosa: ho sentito innumerevoli lamentele riguardanti fastidiosi crash, tuttavia non ne ho riscontrato neppure uno durante la mia prova. Nel dubbio, salvate ogni volta che potete.

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Pro

  • Resta sempre un signor action RPG.
  • Il doppiaggio giapponese è ben accetto.
  • Apprezzabile il salvataggio automatico.

Contro

  • Grafica poligonale graziosa, ma inadeguata.
  • Remake superfluo e incapace di migliorare l’originale.
  • Fastidiosi problemi di pathfinding.
7

Buono

Il retrogamer della redazione, capace di balzare da un Game & Watch a un Neo Geo in un batter di ciglio, come se fosse una cosa del tutto normale. Questo non significa che non ami trastullarsi anche con giochi più moderni, ma è innegabile come le sue mani pacioccose vibrino più gaudenti toccando una croce digitale che una levetta analogica.

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